Mente e corpo una sola cosa

Corpo e mente sono una sola cosa. La nostra mente scaturisce, con modalità che ancora non comprendiamo del tutto, dai nostri circuiti nervosi costituiti anch'essi da cellule, come tutto il resto del corpo. In quanto cellule anche i neuroni risentono di qualunque effetto biologico (Sensibilità alle sostanze tossiche, squilibri glicemici, carenza di ossigeno o di nutrienti, accumulo di rifiuti, infiammazione, invecchiamento, mancanza di spazio, acidità, infezioni) con la differenza che, mentre un osso fragile rischia di rompersi e un polmone ostruito respira meno, un cervello fragile o "ostruito" dà segni di malfunzionamento che si riflettono immediatamente sui nostri comportamenti o sulle nostre carità cognitive. È dovere del medico di segnale intervenire per tempo per preservare la salute biologica dei neuroni, ed è importante capire che se il corpo sta male, sta male anche il nostro cervello. Non stiamo parlando di due entità distaccate e indipendenti. Nessuno dei due può vantare una superiorità gerarchica. La mente infatti può indurre, con le sue elaborazioni distorte, patologie organiche assolutamente reali. Nel caso del dimagrimento vedremo che sono numerosi i fattori di disturbo in grado di rallentare il processo.
Che sovrappeso e obesità siano patologie con una forte componente psicosomatica è nozione diffusa, ma non si può dire che basti essere felici per dimagrire automaticamente. Certo il fattore psicologico è importantissimo per ogni patologia, ma va studiato in modo serio, con tutte le correlazioni esistenti tra cervello, ormoni e risposte innate dell'organismo.
Il rapporto tra mente e cibo è sempre stato strettissimo: il cibo ha rappresentato infatti da sempre il carburante necessario a svolgere tutte le nostre funzioni biologiche, e l'atto del procurarsi il cibo si è ben presto trasformato da necessità in piacere, perché la motivazione al mangiare restasse sempre alta. Il nostro cervello, dal punto di vista evolutivo, è pressoché identico a quello dei primi Homo sapiens che dovevano lottare per sopravvivere cercando cibo in savane o foreste ostili. Gli stimoli ai quali il nostro cervello risponde, dunque, sono quelli che hanno consentito la sopravvivenza a quei primi uomini. Non necessariamente quelli che possono consentirla a noi. Un uomo primitivo con poca fame, insensibile all'attrazione dei cibi grassi o zuccherini, non avrebbe potuto giungere sino a oggi. Questo deve farci capire che gli stimoli mentali che riceviamo verso determinati cibi sono legati alle condizioni ambientali preistoriche e, quel che è più importante, al tipo di cibo disponibile allora, quando tutti eravamo solo nomadi cacciatori-raccoglitori.
Lo stretto legame tra uomo e cibo diventa ancora più forte se pensiamo all'importanza strategica della carne predata con la caccia, che ha rappresentato uno degli stimoli chiave nella differenziazione evolutiva tra uomo e scimmia. Lo sviluppo smisurato dell'intelletto sarebbe stato una necessità legata alla capacità di procurarsi carne, ma ancor di più alla creazione di legami parentali o tribali per la distribuzione della stessa ad altri individui. Il cibo, dunque, assume valore anche come fonte di evoluzione personale e di crescita sociale. D'altronde gli esseri umani hanno bisogno di un continuo flusso di energia in entrata e in uscita. Poiché non siamo capaci (come le piante) di produrci da soli gli idrati di carbonio, siamo costretti a fare del cibo il nostro piacere e la nostra schiavitù.
In epoca preistorica è facile immaginare come la mente umana dovesse interpretare il fortuito reperimento di un favo di miele, di un albero pieno di frutta matura, o delle parti grasse di un animale appena ucciso: con la necessità di sfruttarli al massimo, accumulando quanta più energia possibile in attesa di tempi più duri. Per fare questo, l'evoluzione doveva condizionare la mente a desiderare, in quei rari frangenti, di rimpinzarsi fino a scoppiare.
Quella mente e quell'apparato digerente sono esattamente quelli di cui dispone l'uomo del terzo millennio, e come tali vanno rispettati e compresi, se non vogliamo che un errato rapporto con il cibo ci porti a distruggere la nostra salute e il nostro equilibrio mentale. La psiche, infatti, farà i salti di gioia vedendo un cibo grasso e zuccherino. Perché ignora (dal punto di vista evolutivo) che abbiamo il frigo già pieno di golosità. Se li vede, li desidera, e tenderà a mangiarli e a farne scorta in vista di tempi difficili. Ma se ci affidiamo all'istinto, chi ci dice se abbiamo veramente bisogno di qualcosa? La nostra mente è affidabile nella scelta dei cibi di cui necessitiamo? O troppe volte c'è il rischio che qualche condizionamento ci porti ad abusare di un cibo che non ci fa bene? La risposta non è semplicissima. Prima di tutto occorre capire che il corpo percepisce segnali di varia natura, provenienti dal cibo, che interagiscono con i nostri sensi e che ci spingono a scegliere. A tutti sarà capitato di fermarsi davanti al frigo aperto, avendo ben chiaro in testa un particolare bisogno alimentare (di fresco, di verdura, di arance, oppure di latte, formaggio, carne). Chi ci segnala che in quel momento abbiamo bisogno di latte? E il segnale è sempre giusto? Forse dovremmo in qualche modo reimparare a mangiare in modo più istintivo, come fanno tutti gli animali in natura che - se non entrano in contatto con i cibi spazzatura inventati dall'uomo - non ingrassano mai.


Tratto da “Guida pratica alla DietaGift e all’alimentazione di segnale” di Luca Speciani